Quando nel 1985 uscì il Don Anselmo il vino che doveva ricordare e commemorare Anselmo Paternoster, fondatore della cantina di Barile nel 1925, sembrò a tutti una grande idea: l’Aglianico del Vulture prendeva la strada del vino di qualità, capace di affinare a lungo, di reggere il confronto con i grandi vini rossi d’Italia. Un’idea nata dal figlio Giuseppe, primo enologo della Basilicata, che convince il padre, reduce di guerra e cavaliere di Vittorio Veneto, a creare un vino che lo ricordasse. Quell’etichetta è ancora oggi il fiore all’occhiello dell’azienda, anche se da anni la cantina non è più nel paesino di origine albanese, Barile, uno dei centri più importanti della produzione e del commercio del vino, ma all’uscita del raccordo Potenza-Melfi, una struttura razionale e moderna, gestita dalla famiglia Tommasi che ha acquisito l’azienda nel 2016, anche se la continuità del management è garantita dalla quarta generazione Paternoster rappresentata da Fabio Mecca.
Bere questo vino dunque significa entrare in una storia generazionale, quella dei Paternoster, che ha fatto grande l’Aglianico del Vulture. Nel 2005 l’azienda era ancora a Barile, il Vulture, l’antico vulcano spento che non ha eruttato negli ultimi 140.000 anni, non aveva ancora subito la fillossera che ha colpito gran parte dell’Europa e i vini prodotti erano ancora quelli che avevano fatto conoscere il territorio. L’annata 2005 è stata una delle più fortunate con un andamento climatico regolare senza eccessi di caldo o di freddo, con l’ultima parte della vendemmia completata nella prima settimana di novembre. Tutte queste condizioni hanno permesso di avere un vino che a distanza di diciotto anni si presenta ancora in forma splendida. Non è certo una novità per l’Aglianico, come ben sappiamo, ma aprire queste bottiglie con sicurezza regala sempre una grande soddisfazione.
I sentori di frutta si mescolano con le note fumé che ricordano il vulcano e le note balsamiche del legno grande che ha permesso al vino di affinarsi senza perdere il carattere del vitigno. Il sorso è tonico, fresco e lungo, con il finale netto e pulito. Un vino che andrebbe bevuto da solo per goderlo in pieno, capace di ricordare gli amici, il territorio, gli anni che sono passati e l’entusiasmo di un periodo che purtroppo non ha dato quei risultati che si potevano avere in un’area che considero ancora una delle più affascinanti del nostro Mezzogiorno.